Associazione Casa della Resistenza

Parco della Memoria e della Pace

 

Domenikon 1943

Martedì 16 febbraio 1943, in Tessaglia, in uno dei frequenti scontri con i partigiani greci dell’ELAS restarono uccisi nove soldati dell’esercito italiano di occupazione. La rappresaglia fu immediata e spietata come era negli ordini dal comandante delle forze italiane, generale Carlo Geloso. Da parte sua, il generale Cesare Benelli, nella relazione alla fine di una notte di sangue, la definì con incredibile cinismo una «lezione salutare».

Reparti della 24a Divisione di fanteria “Pinerolo” e delle camicie nere “L’Aquila”, composti in parte da quelli che apparvero agli occhi dei contadini terrorizzati come «soldati ragazzini», investirono come furie il villaggio di Domenikon, il più vicino al luogo dello scontro. Le povere case furono rapinate di quel poco che avevano e incendiate. La popolazione maschile, dai 14 agli 80 anni, fu rastrellata, torturata e, durante la notte alla luce dei fari degli automezzi militari, passata per le armi e sepolta in fosse comuni. Le vittime furono circa 150.

Il massacro di Domenikon inaugurò una delle pagine più buie e ignobili dell’invasione fascista della Grecia. Infatti, nei successivi mesi di marzo e aprile, gli occupanti si resero responsabili della distruzione di circa duecento villaggi e dell’uccisione di centinaia di civili innocenti. La ferocia fu tale che lo stesso comando dei nazisti, che pure avevano dato una mano agli italiani nella devastazione di altri duecento villaggi ellenici, fu indotto a protestare! L’intera Tessaglia, il granaio della Grecia, fu messa in ginocchio. L’occupazione, le rappresaglie, i saccheggi e le requisizioni furono all’origine di una terribile carestia che provocò nell’intera Grecia un numero stimato di 200-300 mila vittime.

Finita la guerra, la strage di Domenikon, come molte altre, rimase sconosciuta. La cappa del silenzio durò fino al febbraio 2008, quando un articolo di Enrico Arosio su “L’Espresso”, congiuntamente alla realizzazione del documentario “La guerra sporca di Mussolini” e ai passi intrapresi dal procuratore militare Sergio Dini, l’orribile storia venne finalmente alla luce. Seguirono due distinti procedimenti della Procura militare che si conclusero sia il primo, di Antonino Intelisano nel 2010, sia il secondo, di Marco De Paolis nel 2018, con l’archiviazione. Passati settant’anni, i responsabili erano nel frattempo deceduti o rimasti ben nascosti. Analoga conclusione fu nel 2000 quella dei giudici greci di Larissa.

Questa in poche parole la meticolosa ricostruzione del caporedattore aggiunto dell’Ansa Vincenzo Sinapi nella sua inchiesta su Domenikon edita da Mursia. Il libro si avvale dell’autorevole prefazione degli storici Filippo Focardi e Lutz Klinkhammer, offre una panoramica ampia dei fatti e, per quanto riguarda la mancata vicenda processuale in Italia, ne fornisce una contestualizzazione nel clima del dopoguerra. Infatti, l’impunità dei colpevoli del massacro di Domenikon non è che un’altra vergogna che grava su quella decisione tutta politica di barattare il salvataggio dei criminali di guerra italiani con l’impunità dei responsabili delle stragi naziste nel nostro paese. Due enormi ingiustizie a cui si aggiunge l’amara costatazione del prof. Efstatios Psomiadis, nipote di uno dei fucilati e presidente dell’Associazione delle vittime di Domenikon: «ancora una volta il destino delle persone povere e semplici: nonostante abbiano ragione, questa non gli verrà mai riconosciuta.»

 

Consigliato da Angelo Vecchi

 

Vincenzo Sinapi, Domenikon 1943. Quando ad ammazzare sono gli italiani, Milano, Mursia, 2021

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